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L'Uomo
Vogue Interview
“Questa
intervista non è per un
mensile femminile, vero? È un peccato: vorrei dire a tutte le
donne che alla
fine noi maschi non siamo poi così male! In realtà credo
che noi uomini abbiamo
davvero molto da imparare dalle donne, dalla loro sensibilità.
Non sappiamo
nemmeno parlare dei nostri problemi, per paura di sembrare deboli. Le
donne,
invece, sanno come far girare il mondo, e si vestono bene!”. A parlare
è la
parte più misurata del duo norvegese più cool del
momento. Eirik Glambek Bøe il
bello, il rassicurante, quello con lo sguardo placido e il modo di
parlare
scandito e carnoso, proprio come nelle prime strofe di “I’d Rather
Dance With
You”, il video in cui delle ballerine di danza classica vengono
iniziate agli
ancheggi del funky e del soul. “Ok,
siamo diventati famosi, ma a
me non interessa lo stardom, voglio restare fedele alle mie
convinzioni, non
m’importa di essere una rock star. I ragazzi della mia età che
formano un
gruppo, hanno successo e si credono dei miti sono ridicoli. Siamo solo
musicisti,
non creature divine! Al contrario, mi piace pensare che sia qualcosa di
magico
a ispirarmi una certa visione del mondo, che poi io musico. Anche nel
vestire
non seguo le mode, da anni mi servo nei charity shops della mia
cittadina. Io
vado nei negozi Fretex Vest, l’equivalente norvegese dei Salvation Army
o degli
Oxfam inglesi. E anche se tra ragazzi vestire l’usato è ritenuto
molto cool,
per me rimane un’abitudine. Certo, adesso basta dire che un paio di
pantaloni
sono vintage anziché usati, e la gente pensa che sei uno cool.
Sciocchezze. A
Bergen i ragazzi si vestono così perché costa poco e gli
abiti sono di buona
fattura. A me piace lo stile anni Settanta, le linee pulite,
geometriche”.
“Anche a me la moda non interessa molto. Ogni anno vorrebbero farti
vestire in
modo diverso. Io invece preferisco cambiare attitudine musicale”,
afferma
Erlend Øye. L’altra faccia della preziosa moneta KoC, è
un polistrumentista
inquieto e giramondo, un dj, un ballerino, un vocalist. Ha fatto
amicizia con
Eirik durante una gara di geografia. L’ha vinta disegnando, a memoria,
l’intero
globo. Troppo facile chiamarlo nerd, lui, il rosso che ha persino fatto
cambiare
abitudini agli abitanti dance-goderecci di Ibiza (introducendo appunto
l’acoustic e il suo modo di mixare “dolce”). Dietro ai Ray-Ban a goccia
dalle
spesse lenti da miope si nascondono occhi di un verde imbarazzante.
Magrissimo
e dinoccolato, racconta a briglia sciolta di essere frastornato dai
viaggi e
dalle serate di djing. Uno spirito libero, una libellula del
turntablist. “La
musica dei Kings è solo uno degli aspetti che mi interessano
nella vita. Non
posso stare fermo e non vivo solo di acustica! Adoro l’elettronica, mi
piace la
sua precisione, la nitidezza del suono, la purezza della tecnica
digitale. È eccitante quando un
suono artificiale
riesce a riprodurre l’aura del suono strumentale”. Definiti gli alfieri
del new
acoustic mouvement, ennesimo sigillo creato da quelli del New Musical
Express
per rimescolare un po’ le carte del rock world, i reucci venuti dal
freddo
hanno già dimostrato di saper andare molto lontano, nelle terre
della
contaminazione tra pop ed elettronica, nelle lande del vintage sound e
dei
transistor a valvole. La prima impressione che danno i KoC è che
per loro tutto
scorra con fluidità. Che possiedano un savoir faire compositivo,
un’innata
capacità nel far sì che le note si rincorrano tra di
loro. Né sapresti dargli
un’età. Ed è troppo facile ascoltare “Riot on an Empty
Street” (l’acclamato
secondo album dei Kings, distribuito in Italia da Virgin) senza che
“The Sound
of Silence” di Simon & Garfunkel non venga alla mente. I paragoni
con il
celebre duo non devono, però, costringerli nel solito balletto
dei rimandi e
delle influenze, come spiega Erlend: “Dicono che ci ispiriamo a Simon
& Garfunkel,
ma è solo perché siamo in due e le voci un po’ si
somigliano. Ma io a 13 anni,
e secondo me quelli sono gli anni davvero formativi, ascoltavo altri
generi:
Suzanne Vega, Leonard Cohen, Neil Young e Nick Drake. Anzi, quando ci
siamo
messi a suonare con la prima band, gli Skog (“albero” in norvegese,
ndr)
facevamo cover dei Joy Division. Non credo che Ian Curtis abbia molto a
che
spartire con Paul Simon! Ho ascoltato parecchio anche i Red House
Painters, amo
le liriche poetiche e decadenti e quel suono raffinato”. Nel suo I-pod
suona
anche dell’elettronica. “Amo molto i Rapture. La voce è
fantastica. Il problema
di molte delle band di oggi è proprio il vocalist, ma Luke
Jenner ha una voce
punk che si modula perfettamente con il suono del gruppo. Dall’altra
parte ci
sono quelli come Badly Drawn Boy, che ha una grande voce ma una parte
musicale
non altrettanto buona”. È sdraiato su un divano, e a occhi
chiusi racconta del
suo ultimo anno, passato in giro per le discoteche più hype del
pianeta. “Fare
il dj mi piace. Però ora che ci ripenso mi è successa una
cosa davvero
spiacevole, a Parigi. Ero in una discoteca super hype, Le Pulp (tempio
dell’elettroclash francese, ndr) una disco lesbo, per lo più.
Suonava Dj Chloe,
un mito sulla scena del djing. C’erano tutte queste ladies con i
capelli alla
maschietta, i volti pallidi, magroline, vestite di nero, molto parigine
anni
Trenta. In pratica il mio ideale di donna. Mi sono innamorato di colpo
di
almeno dieci ragazze. Ma non erano per niente interessate a me. Mi sono
sentito
davvero solo quella notte!”. Erlend ha terminato un tour in cui ha
presentato
il suo lavoro per la K7, etichetta tedesca di electro avanguardia che
ha
lanciato una collana intitolata “DJ Kicks”, invitando vari dj o
musicisti a
reinterpretare dei brani a loro scelta. La sua è senza dubbio, a
tutt’oggi, la
migliore selection della serie, quella che ha avuto più successo
ed eco. Anche
il suo album di debutto come solista, “Unrest”, merita l’attenzione di
un
pubblico molto più vasto di quello del new acoustic mouvement. E
mentre lui
remixava pezzi degli Shocking Blue con quelli dei Rapture e di
Röyksopp in giro
per il pianeta, il suo collega si è laureato in psicologia. In
pratica, mentre
uno suonava a Tokyo, New York e Los Angeles, l’altro, col camice da
medico,
frequentava cliniche per malati di mente e si sottoponeva a sedute di
autoanalisi nelle aule universitarie di Bergen. “In questo periodo ho
letto e
ascoltato molto. Tra i gruppi più interessanti che ho seguito,
sempre
indipendenti sulla scia di artisti come Gus Gus, ci sono: Evil
Tordivel, un
solista un po’ pazzo, molto sofisticato musicalmente, e una band che si
è
ispirata nel nome al regista di b-movies Russ Meyer, i Ralph Myerz and
The Jack
Herren Band. Fanno elettronica house, sono divertenti. E posso
suggerire anche
Annie, la principessina del chill pop. Ho anche attraversato il Vietnam
in
bicicletta con la mia fidanzata, da nord a sud. Nel silenzio della
foresta,
vedi apparire questi villaggi, immersi nel verde, la gente ti saluta
quando
sorridi, è bellissimo. Lo dice anche il mio collega: sono io
quello che ha
visto, paradossalmente, di più! Lui alla fine stava chiuso in
albergo o in una
discoteca”. Benedetta Rossi
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