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Alta
fedeltà
a cura di Andrea Valbonetti
Kings of convenience
I had never really known you
But I realized that the one your
were before
Had changed into somebody for whom
I wouldn’t mind to put the kettle on
Martedì 28 giugno 2005, Villa Arconati, Castellazzo di
Bollate, Milano.
Si svolta sulla destra in una stradina stretta costeggiata da due
fossati, un prato ed un campo sterrato.
Se c’è la luce giusta, e quella sera la luce era degna di uno
spettacolo divino, ciò che si presenta di fronte al viaggiatore ignaro
è la perfetta fusione di sfumature tra la facciata di villa Arconati,
ocra, con il mistero del cielo.
Appena parcheggiato nel campo sterrato viene subito da chiedersi:
possibile che mi trovo a pochi chilometri dalla grigia Milano? Sembra
di essere calati in un’altra atmosfera.
Panino veloce sdraiati sul prato.
Prima delle otto anche le zanzare danno tregua al pubblico mangiante.
Inizio a guardarmi intorno per capire qual è il pubblico dei Kings of
Convenience che a più di un anno di distanza dal loro disco più
fortunato, Riot on an empty street,
hanno deciso di esibirsi in Italia in questa cornice romantica, un po’
decadente e di forte impatto emotivo, tre caratteristiche che
descrivono perfettamente anche la loro musica.
Si sentono tante
voci e facce straniere, poi più si avvicina l’ora dell’inizio cresce il
numero degli spettatori italici. Non ci sono giovanissimi. Se dovessi
dare un’età media starei sui vent’otto trenta.
Varcata la soglia della villa si viene prontamente omaggiati di una
bustina di Autan e ciò crea un attimo di tensione nel pubblico alla
prima presso Villa Arconati.
Lo spettacolo che si presenta è magnifico: busti scolpiti, statue
intere, fontane, serre in cui probabilmente venivano cresciuti gli
agrumi, un parco enorme e ben curato, qualche immancabile finestra
rotta. Proprio davanti ad una delle facciate delle villa si erge un
tendone sotto il quale ci sono le file di posti numerati in cui sedersi.
È un concerto acustico in cui si parte da seduti, in silenzio, in
un’atmosfera di totale rilassamento.
Verso
le dieci meno venti sale sul palco un violinista che si esibisce per
trenta secondi in un pezzo classico, poi esce di scena tra gli applausi
del pubblico sempre più caldo, e salgono i due ragazzi norvegesi.
Prima del concerto mi domandavo se avrebbero dialogato con il pubblico
oppure, da freddi nordici (stupido cliché), avrebbero solo eseguito le
loro melodie in modo algido e distaccato. Subito dopo le prime canzoni
ho capito che, oltre ad essere ottimi musicisti, sono anche ragazzi
decisamente simpatici. Dopo ogni brano improvvisavano una serie di
siparietti sulle zanzare che, attirate dalle luci del palco, non li
lasciavano suonare tranquilli, mentre non si interessavano a noi
nell’ombra. Chiedevano perciò di suonare al buio e di puntare le luci
in un punto morto per attirare in una burla le zanzare stesse. Oppure
chiedevano: “Se voi foste una zanzara chi pungereste?” Oppure ancora
chiedevano degli asciugamani dopo avere spiegato che in più di
centocinquanta concerti non ne avevano avuto bisogno perché solo le
rockstar, per il tipo di musica che suonano, ne hanno veramente bisogno
e loro non sono delle rockstar, però quella sera il caldo era veramente
pazzesco. Quando hanno attaccato I’don’t know what I can save you
from
hanno chiesto al pubblico di “schizzare le dita” al che qualcuno è
intervenuto dicendo che il termine corretto era “schioccare”. Da quel
punto tutte le canzoni dovevano essere accompagnate dallo schiocco
delle dita degli spettatori che, in mancanza di una batteria, aveva un
effetto appropriato e soffice.
Dopo avere eseguito una serie di brani dai due dischi (il primo si
intitola Quiet is the new loud)
ed un inedito hanno chiamato sul palco altri due musicisti: il
violinista ed un bassista acustico. La musica perciò dal minimalismo
delle prime canzoni eseguite solo con una o due chitarre oppure con una
chitarra e l’accompagnamento di un pianoforte si è arricchita di
volume. A questo punto hanno suonato i brani più famosi: Toxic
girl, Misread, I’d rather dance with you. Gli
spettatori su loro invito si sono alzati in piedi accompagnando le
canzoni con le mani, la voce, il movimento del corpo mentre le luci
illuminavano un po’ il palco, un po’ le architetture della villa.
Accaldati e zanzarati, a un certo punto, hanno detto che i loro
strumenti norvegesi avevano bisogno di un attimo di pausa per essere
riaccordati in quanto non abituati al caldo italico. Poi hanno aggiunto
che avevano bisogno di un plettro, allora dal pubblico si è alzato un
ragazzo precipitandosi verso il palco per vivere un momento di gloria.
Loro però avendone recuperato un altro hanno detto che vista la
disponibilità del pubblico la prossima volta avrebbero chiesto una
barca, oppure una casa in campagna vicina al mare dove potere scrivere
il nuovo album. Il pubblico è esploso in risa ed applausi.
Il concerto è proseguito lieve per circa un’ora e mezza.
Il bis si è concluso con un ballo dinoccolato e completamente
dissociato di Erlend Oye il più noto e spigliato dei due.
Il pubblico ballava e cantava come di fronte ad un concerto di musica
rock.
Poi loro sono scesi dal palco nel loro look da ragazzi normali con la
passione per la musica e lontano anni luce dai cliché da rock star e si
sono diretti verso la prossima meta.
Noi ebbri di gioia ci siamo goduti le meraviglie di Villa Arconati nel
buio della notte, illuminate dalle luci artificiali. Ciò che prima era
ocra ed arancio ora era diventato un appendice di cielo giallo per i
fari e la luce della luna.
Un concerto splendido che ha reso al meglio l’abilità, la forza e la
semplicità della musica dei Kings of Convenience, una musica di
emozioni e di pace capace di farti sentire bene con te stesso e gli
altri anche nel caldo appiccicoso di un luglio milanese.
Il
Corriere della Sera review
Molto entusiasmo per i
Kings of Convenience, forse troppo
In un mondo in cui la
rabbia e la trasgressione sembrano essere il comune denominatore di
tanta musica di consumo, appaiono felicemente fuori dal tempo Erlend
Oye e Eiric Glambek Boe, i due Kings of Convenience cantanti e
chitarristi che con la loro remissiva dolcezza hanno inaugurato la XVII
edizione del festival di Villa Arconati, accolti con grandi applausi da
un foltissimo pubblico. Le loro dita non particolarmente avventurose
sulla tastiera della chitarra ma anche del pianoforte che usano a
volte, le loro voci modeste tenute rigorosamente sulle ottave centrali
senza bassi, senza acuti, senza falsetti, il loro stesso modo di
presentarsi quasi fossero piovuti su un palcoscenico in modo
assolutamente casuale farebbero pensare ad una esibizione in tono
minore ma al contrario proprio le loro «piccole» qualità sono il
segreto del successo: canzoni che potrebbero appartenere alla grande
stagione della bossanova, ma riletta nel gelo dei Paesi del Nord
Europa, proposte con una sorta di swing lievemente dondolante. Con
molta simpatia hanno accettato l’assalto delle zanzare, tradizionale
handicap di Villa Arconati, e la temperatura davvero torrida. «Non
abbiamo mai usato asciugamani in scena - hanno confessato a un certo
punto - ma qui ne abbiamo davvero bisogno». E, una volta avuti, ne
hanno anche lanciati alcuni sul pubblico. Insomma una serata familiare,
con quei due ragazzi che cantano e suonano come se fossero ad una festa
fra amici. Alla fine tutti in piedi ad applaudire, forse anche con
troppo calore. Ma si sa, a Milano il termometro segna quasi 40 gradi.
(Vittorio Franchini)
Festival di Villa Arconati
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