Kings of Convenience, il folk dai
fiordi
16/07/2004
Amano i giochi di parole, i Kings of
Convenience. E durante i loro concerti riescono sempre a bilanciare la
sottile malinconia delle loro storie d'amore con qualche battuta
azzeccata. Sono saliti alla ribalta internazionale qualche anno fa con
un disco che si intitolava Quiet Is The New Loud (la quiete
è il nuovo frastuono), ora tornano con Riot On An Empty
Street (una rivolta in una strada vuota). Due ragazzi norvegesi.
Eirik Glambek Boe e Erlend Oye. Due voci
e una chitarra acustica. Una manciata di canzoni agrodolci e
crepuscolari. Potrà sembrare un accostamento scontato, ma
l'effetto che la musica dei Kings of Convenience ha su di noi non
è molto diverso da quello che altre musiche e altre parole – di
Simon & Garfunkel, di Peter, Paul & Mary, dei Mamas &
Papas, dei Beach Boys, dei Beatles – provocavano negli anni '60. Anni
non meno turbinosi e violenti di questi, segnati dalla guerra in
Vietnam o delle morti di Malcom X, di Martin Luther King e di Robert
Kennedy. Le voci in armonia accarezzano il cuore e le orecchie. Ti
mettono di fronte a un dato di fatto: se due, tre o quattro persone
possono cantare insieme in questo modo, perché l'umanità
diventa così spesso protagonista di tanti orrori? Tra le mille
cose che possiamo chiedere alla popular music c'è l'approdo a
un'isola felice, un luogo in cui regnino incontrastate la bellezza e
l'armonia. Non per fuggire dalla realtà, sia chiaro, ma per
muoverci con più serenità verso quell'Utopia che è
parte integrante ed essenziale di qualsiasi forma di espressione
artistica. Di questo e altro abbiamo parlato con Eirik Glambek Boe. Una
conversazione tanto rilassata quanto illuminante.
Che effetto ha avuto su di voi il
grande successo di Quiet Is The New Loud?
Non ci aspettavamo davvero nulla di
simile quando eravamo a Bergen, in Norvegia, ma è anche vero che
il nostro disco all'epoca è stato inserito in una tendenza, in
una specie di moda, e io sono curioso di vedere cosa dirà adesso
la stampa. Spero che parli soprattutto della nostra musica e delle
nostre canzoni.
Ora del cosiddetto “nuovo movimento
acustico” non si parla quasi più.
Trovo positivo che tante persone suonino
la chitarra acustica e che lo facciano usando al tempo stesso anche il
computer. La musica è bella e interessante perché
è varia, perché si può farla in tanti modi
diversi, ma non ci piacciono così tanto le “tendenze” e le mode.
I ragazzi di vent'anni o giù
di lì che vengono ai vostri concerti forse non andrebbero in un
folk club a sentire musica acustica, eppure se ne stanno lì
inchiodati e ipnotizzati dalle vostre canzoni.
Nell'ultimo concerto che abbiamo fatto,
a Bergen lo scorso novembre, è successo qualcosa di simile,
anche se si trattava forse più di nostri coetanei, più
vicini ai trenta che ai venti.
Parte della vostra magia sta bel modo
in cui bilanciate la malinconia delle canzoni con la follia surreale
dei vostri interventi parlati. E' una cosa che avete studiato a
tavolino o è nata spontaneamente?
E' Erlend il personaggio. Un po' per il
suo aspetto e per come si muove, un po' per il suo carattere. ' una
cosa che è nata è che è andata avanti in modo del
tutto naturale.
E le armonie vocali? Quand'è
che avete scoperto di essere così bravi a cantare insieme?
Non lo ricordo quasi più. Siamo
stati influenzati da un gruppo di Bergen che le usava molto bene, i
Poor Rich Ines.
Le vostre canzoni sono sempre firmate
da tutti e due. Come funziona in pratica la scrittura?
In genere le canzoni nascono dall'idea
di ognuno di noi, poi l'altro dà il suo contributo, sia per la
musica sia per i testi.
Non ha mai pensato di fare anche lei
un album da solo come Erlend?
In Quiet Is The New Loud io
avevo circa il settanta per cento della responsabilità e ho
lavorato molto anche al nuovo disco: sei mesi in studio tutti i giorni
a Bergen. Se dovessi fare un disco da solo, probabilmente questo
suonerebbe come Quiet Is The New Loud. Almeno per il momento
sono contento così.
La vostra musica è dolce,
malinconica e carezzevole e i vostri testi raccontano sempre il
microcosmo dei sentimenti. Tutto questo in un mondo che appare sempre
più dominato dall'orrore della guerra. Non sentite mai
l'esigenza di parlarne?
Affrontare argomenti di questo genere ci
porterebbe probabilmente a usare degli slogan o a fare delle
affermazioni troppo nette. I testi delle canzoni, come la poesia,
dovrebbero porre delle domande, non dare delle risposte. Io preferisco
l'impegno come semplice cittadino e non trovo molto democratico usare
la visibilità che mi dà il fare dischi per esprimere
opinioni politiche.
In alcuni casi, però – penso
ad esempio alla campagna dei Coldplay per Free Trade – certe prese di
posizione possono essere preziose.
Certo. Anch'io ho sentito parlare per la
prima volta del Commercio Equo e solidale quando ho visto la scritta
Free Trade sulle mani e sulla maglietta di Chris Martin.
Ci sono delle eccezioni, dunque...
Forse l'artista più efficace nel
mettere insieme la musica, la poesia e l'impegno politico è
stato Bob Marley.
Giancarlo
Susanna