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Kings of Convenience
...piccoli, magici momenti...
Teatro Romano,
Ostia Antica, 27-06-2005
Autore: Giorgio
Pace
Pubblicato il: 04-07-2005
Dopo
la serata del 27 giugno nella splendida cornice del teatro romano degli
scavi di Ostia Antica, nessuno avrà più dubbi nel considerare i Kings
Of Convenience un allegro, simpatico ed emozionante duo. Certo, resta
il fatto che un po’ tutti abbiano riso alle loro battute, ma in pochi
forse hanno colto il sarcasmo nelle loro parole, sia durante la
lamentela per i riflettori in pieno viso (“comunque avete pagato,
l’importante è che voi vediate noi”), sia in quella degli aerei del
vicino aeroporto nel soundcheck (“questo non è proprio silenzio").
Perché siamo sinceri, un
concerto perfetto non lo è stato; e non si
parla di problemi tecnici, cui fortunatamente il set è stato scevro, ma
di una struttura fin troppo statica dei pezzi che faceva fatica ad
emozionare. In poche parole la prima mezz’ora di set passa totalmente
tutta uguale, sia nelle pose dei due, perennemente in piedi chiusi in
sé stessi a suonare, sia nella musica che, durante i pezzi, sembra un
pò tutta uguale che
in quella dei problemi tecnici avuti al pianoforte nel pomeriggio
(“acqua ed elettronica non sono una buona accoppiata, non vi resta che
incrociare le dita”); ma, al di fuori di tutto questo, il concerto di
Kings Of Convenience, col passare dei minuti, esibisce una forza
sorprendente. Merito forse dell’affascinante cornice a disposizione:
questa, infatti, rimane il maggior pregio degli organizzatori,
riuscendo a scegliere una perfetta location che riesce con notevole
perizia, grazie alla sua bellezza, a sopperire le eventuali mancanze
del set dei due norvegesi.
Un difetto che hanno i
Kings Of Convenience live è quello di non
riuscire a tirare fuori subito la parte gioiosa dei loro pezzi,
lasciandola soffocare da un mare di malinconia che, per quanto bella,
non rende perfettamente l’atmosfera che i due vorrebbero trasmettere.
Un’atmosfera che di colpo esplode, lasciando da parte ogni
dichiarazione fatta fin d’ora. Galeotta fu una battuta del rosso
norvegese, l’ennesima lamentela a volto sorridente verso le luci: ad un
tratto queste si abbassano e si spengono totalmente. Il duo, per nulla
spiazzato (probabilmente una pensata studiata precedentemente), dopo
aver chiamato sul palco un violinista e un bassista acustico, suona
totalmente al buio. L’emozione di vedere un’intera arena, gremita di
centinaia d’accendini accesi è di una bellezza da far piangere, e la
musica si fa perfetta cornice di un momento che ha del magico. Da
quell’attimo in poi, la dimensione musicale del duo prende forma: non
più musica, ma accompagnamento di momenti. Difficile descrivere la
gioia di provare a seguire la musica accompagnandola con schiocchi di
dita, come suggeriscono di fare i musicisti; ancora più difficile
descrivere la gioia d’Erlend Øye di ballare durante i pezzi, in modo
quasi ubriaco e certamente istrionico, che non fa altro che accaparrare
la simpatia del pubblico e battiti costanti di mani e applausi.
Passano così molti pezzi
dell’ultima loro fatica, Riot On An Empty Street,
in un coacervo di gioia, dove la musica non tenta più di mostrare la
sua malinconia, ma fa esplodere la parte gioiosa tenuta sempre nascosta
da un’esibizione fin troppo formale. Durante I'd Rather Dance With You,
Erlend Øye fa aprire le transenne sotto al palco e invita la gente a
ballare. Una gigantesca festa dove il pubblico segue,
ognuno a suo modo, il “cantante ballerino”, delirando sotto il palco.
Ma è nell’encore la vera sorpresa della serata: Erlend Øye invita la
gente a salire direttamente sul palco. Un ragazzo sale e comincia a
ballare (a proposito, sei veramente un grande). Di colpo, una massa di
ragazzi di ogni tipo comincia a salire sul palco, sotto gli occhi
sgranati della security, e si da il via ad una grande festa sotto il
segno della musica dei Kings Of Convenience. Da lodare l’atteggiamento
dei due che difendevano i ragazzi dalla security che tentava di far
scendere i ragazzi: contrariati a far smettere la festa, continuano a
suonare e ballare fino alla fine, fino a che l’ultima nota e l’ultimo
lunghissimo applauso chiudono una serata cominciata anonima e finita
nel migliore dei modi, in un modo che aveva del magico; e forse non
c’era posto migliore delle rovine di Ostia Antica per un evento che già
ha acquistato, a un paio di giorni di distanza, l’aria di “qualcosa
d’importante”.
Ps. Da citare
assolutamente la geniale frase dei due: “Roma, duemila
anni fa ha conquistato l’intero mondo. Meno che la Norvegia!” .. come
si fa a non farseli piacere..
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