Rumore Interview
REPORT * KINGS OF CONVENIENCE
IN
GIRO CON I KINGS OF
CONVENIENCE
di
Rossano Lo Mele
Antefatto: qualche mese fa i
Kings of Convenience suonarono a Palermo. Il giorno dopo fecero una
gita con un
amico del posto, tale Ruggero. Al momento della partenza Erlend
occhialone si
rese conto di aver dimenticato i suoi celeberrimi occhialoni arancioni
in
albergo. Telefona a Ruggero e gli dice: ho dimenticato gli occhiali,
come fare
? Ecco. Noi torniamo in Italia in novembre. Se pensi di venire a
qualcuno dei
nostri concerti, riportami gli occhiali, ok? Tenete lì
l’informazione e
passiamo ad altro.
Perché alla fine il viaggio in
Italia dei due è tutta questione di mani. Tipo: batterie o no?
“In questo tour
i posti in cui suoniamo sono troppo grandi”, racconta Erlend in
montatura color
acciaio, tuffato in una poltrona di un albergo di Borgaro Torinese. Uno
di
quegli alberghi per passeggeri aerei. Che però al duo non va
bene e sta
brigando per cambiarlo, vai a capire. Sì, siamo in tour in giro
per l’Italia
con i Kings of Convenience, di cui per primi scrivemmo in Italia e che
oggi –
qui come in nessun altro paese al mondo – hanno riscosso un successo
spaventevole: “Lo confermiamo noi, potete scriverlo. Rumore
è stata la prima rivista italiana a parlare di Kings of
Convenience”. Continua Erlend: “Chiedi alla gente di schioccare le
dita, ma il
tutto si perde nell’eco della stanza. Le chitarre non riescono a
seguire il
tempo, quindi vai fuori. La gente partecipa così tanto ai
concerti? I primi
show furono meglio, tre anni fa, forse dovremmo stare in posti
più piccoli.
Voglio dire: ci divertiamo sempre, ma cambia da concerto a concerto.
Ora le
canzoni diciamo “da fiordo” escono bene, ma i locali sono troppo
grandi”. Ma
insomma, ci sarà anche qualcosa di bello in tutta la faccenda, o
no? “Be’, a Firenze
è stato pazzesco quando durante un pezzo del nuovo disco
c’è la parte di
violoncello e uno ha cominciato a fischiare la melodia e poi tutti
l’hanno
seguito. A ogni pausa della voce tutti lo facevano. Sempre: fighissimo”.
Il giorno dopo, al Teatro della
Concordia di Venaria, Torino, facciamo la prova. È il giorno
della rielezione
di George W. E i due sono mogi di fronte ai four
more years. Di fronte 1200 persone in una struttura delicatamente
realsocialista. Tre anni fa al loro cospetto, da queste parti, c’era un
terzo
del pubblico. È trionfo appena appaiono sul palco, dinoccolati.
Chitarre con
corde di nylon e due sgabelli.
Quando arriva il famoso pezzo del
fischietto, furbetti che sono, sono però loro stessi a
incoraggiare il
pubblico. Che risponde copioso.
Ed è tutto così, il concerto. Un
darsi e nascondersi. Un calare verso abissi acustici alla Nick Drake
per poi
subito dopo sbracare. Ma con stile. Molto stile. Perché, ci
spiega Erlend: “Non
mi piacciono i gruppi che rifanno tutto uguale dal vivo come su disco,
è
importante che uno faccia qualcosa di diverso perché un live
è una combinazione
di una canzone e di quello che sta succedendo in quel preciso istante,
lì di
fronte. In I’d Rather Dance With You
per noi è fondamentale avere la gente che ci fa il rullante col
battimano”. Una
delle poche concessioni al claphand,
va detto. Perché, per il resto, i due esigono assoluta quiet, al limite sonorizzata da dita che schioccano.
Questa cosa
delle dita che schioccano, per chi li h visti dal vivo almeno un paio
di volte,
sa ormai che è e sempre sarà il marchio dal vivo dei
Kings. Per cui, se una
volta tornati a casa dal concerto pensate: la prossima volta lo faccio
anch’io
col mio gruppo, insomma, sappiate che non è un’idea bollente. A
meno che tra il
pubblico non ci sia solo gente che ignora i due reucci norvegesi. Cosa
che di
questi tempi è piuttosto difficile in Italia. Che vuol dire:
oltre duemila
paganti nella data romana. E, per capirci, una di quelle strisce
stampate al
computer che, sui poster appena fuori dal teatro Nuovo di Ferrara
strepita:
esaurito. Sembra una cosa da storiografia rock. Da tour dei Clash o dei
Led
Zeppelin, anni ’70. E invece: siamo nel 2004 e succede.
Succede poi anche che: “Quando
attacca Misread, la gente va fuori di
testa, una roba un po’ alla Beatles. Cominciano a battere le mani
così forte
che non capiamo più cosa stiamo facendo. L’intro è la
parte più bella della
canzone, ma c’è un casino tale che me la perdo, la mia parte
preferita. Vabbè,
ma non fa niente”.
Verifichiamo dal vivo: e anche
qui è tutto vero.
Solo che dopo poche battute il
pubblico rimane dolcemente intimorito dalle occhiate di Erlend, quindi
smette
di battere le mani. Al Teatro Augusteo di Napoli c’è un silenzio
di tomba: che
appena uno attacca a battere le mani tutti dietro: shhhhhhh. A Ferrara,
di
fronte al Teatro Nuovo sold-out. Erlend stesso spiega a voce quello che
ha
appena detto a noi: “Se battete le mani non ci capiamo niente, qui
dentro c’è
un’eco pazzesca, ci ritorna indietro il suono e non sappiamo come
suonare”:
Quisquilie. Per l’ennesimo concert che si evolve come una marcia
trionfale. E
che a un certo punto prevede la richiesta dal pubblico. Qualcuno si
alza e
urla: Last Train to Stockholm, la
cover di Lee Hazelwood incisa anni fa da Erlend per onorare il grande
autore.
Erlend ingoia e ci prova: la suona a metà, sbagliata, fra gli
applausi del
pubblico.
Ma fa parte del gioco. Altre
richieste, domanda?
E un altro: Mrs Robinson. Risposta lapidaria: “Non
eseguiamo pezzi dei vecchi Kings of Convenience”. E
giù
tutti a ridere. Perché qualche ora prima, appunto, Erlend ci
aveva confessato,
con quel pizzico appena di autostima che lo contraddistingue: “Ma non
capisco
proprio come vada avanti ancora ‘sta storia di Simon & Garfunkel.
Mi
piacciono le loro canzoni, ma non hanno fatto un singolo album buono;
dentro ci
ficcano grandi canzoni, ma anche alcun ridicoli numeri rock’n’roll. Non
puoi
stare seduto a sentirli. Sembra di ascoltare un cd random con dentro
sei
dischetti. Paul Simon è venuto fuori anni dopo: un disco come The Rhytm of the Saints è interessante
perché usa un suono solo per tutto l’album e lo approfondisce.
Per me Simon
& Garfunkel rappresentano solo singole buon canzoni: Eirik è
più
affascinato da queste cose, ma a me interessano di più gli
album”.
Ok, ma i maligni gli rinfacciano:
i Kings of Convenience hanno uno stile monolitico: “Ok, ma nella mia
testa noi
siamo questa cosa qui: due chitarre e due voci. Amo molto questa cosa
qui.
Trovo che siamo fra i migliori al mondo in questo. Perché fare
altro se non
abbiamo quella conoscenza speciale che abbiamo qui? Se facessimo un
disco
techno dovremmo avere quella conoscenza lì, su come fare suonare
una frequenza,
un hi-hat. Noi invece siamo esperti di chitarre, lo facciamo da anni,
per cui è
naturale continuare così. Se facessimo un disco reggae molti
direbbero ok,
figo, ma chi di norma fa quella cosa lì vedrebbe tutti gli
errori che
commettiamo, tutte le cose esteticamente sbagliate. E sarebbe subito
qualcosa
di datato. Mentre così, con le due chitarre, il suono non
invecchia. Cioè,
davvero, chi c’è di meglio di noi al mondo
a fare questo? È difficile dirlo,
credo. Magari Badly Drawn Boy,
ma lui è totalmente fuori fuoco. Fa un sacco di robe a caso,
così, alla Simon
& Garfunkel: tipo ok, facciamo rock’n’roll! Il suo ultimo disco per
molti
versi è orribile, ma dall’altro lato è bellissimo,
c’è lui che canta con quella
voce. Ogni anno ci sono almeno 500 dischi migliori di quello,
però quello ha
qualcosa di speciale: lui che canta, gli altri no. Magari sono anche
dei bravi
ragazzi che cantano, ma non mi eccitano, anche se ben prodotti. Sono
mediocri.
È artigianato. Carpenteria: non c’è niente di creativo”.
Punti di vista anche
troppo netti quelli di Erlend, che anni fa fu accusato dai compagni di
etichetta (e anch’essi inseriti nel girone new
acoustic mouvement) Turin Brakes di farsi troppo i fatti loro: “Non
so se
gli ho mai detto che dovevano restare acustici, ma certo era la mia
opinione.
Sono bravi da soli, poi hanno preso una band: boh, mi son detto, un
altro
classico gruppo inglese alla Radiohead. Forse loro pensavano che,
vendendo un
sacco di dischi, due chitarre non fossero abbastanza. Presentarsi con
due
chitarre è più umile, è meglio secondo me. Forse
qualcuno gli ha fatto credere
che dovessero diventare così, ma ci sono già un sacco di
band simili”.
Ci si rende conto che se uno non
ci parla a lungo, con Erlend, queste sono anche cose crudeli da
leggere. Si
pensa subito a uno spocchioso.
Cosa che certamente Erlend è, ma
è anche una delle creature più schiette oggi in
circolazione, nel mondo della
musica. Oltre a essere colui che per lunga parte si tiene sulle spalle
il
concerto. Eirik invece è troppo tutto per essere vero. Troppo
intelligente.
Troppo carino. Troppo gentile. Troppo talentuoso. Troppo silenzioso.
Troppo
fidanzato con una modella. Troppo laureato. Tra una pausa e l’altra non
fa
mistero di essere felice di aver visitato tutte le città
d’Europa. Troppo
viaggiatore consapevole. Il giorno del concerto a Napoli gira per la
città e
poi la sera fa, forse ispirato dal mare e dal porto: “Oggi camminavo,
faceva
freddo, pioveva: Naples mi ricorda Bergen, mi sento a casa”. E
giù le risate
del pubblico. Il giorno del concerto a Ferrara cammina indisturbato per
due ore
da solo in giro per il centro. Ne resta ammirato: “Felice di non essere
finito
in un parcheggio, o dentro un supermercato o in autostrada. Complimenti
Ferrara, avete un’eccellente amministrazione”. E giù gli
applausi.
Per Erlend è diverso: lui non può
fare un passo fuori casa che apriti cielo. Racconta: “L’altro giorno
eravamo a
Genova, cercavamo qualcosa da mangiare. Non c’ero mai stato prima, ma
Genova
sembra una città abbastanza morta, anche in centro. Abbiamo
messo l’auto in un
parcheggio vicino al porto, c’era una cosa grande e moderna in una zona
vecchia: un palazzo disegnato da Renzo Piano, cioè, proprio
brutto, vicino a
una multisala. Nessun ristorante, e volevamo mangiare. C’era un negozio
di
dischi aperto anche di notte. Entro e mi fanno: aaaaahhh, ma tu sei
quello dei
Kings of Convenience. Mi hanno indicato la strada per un ristorante: ma
se non
fossimo stati famosi, saremmo morti di fame!? La popolarità
è stata
fondamentale in quel caso. Ma so bene che il successo non significa
felicità,
conta di più la maniera in cui lo ottieni. Se continui a
lavorare con la musica
e scrivi della tua vita come facciamo noi e giri e ti riconoscono
sempre, non
puoi fare niente. Ho bisogno dei miei spazi e di molto tempo. I pezzi
vengono
fuori perché a Bergen ho il tempo per me stesso e per girare. Le
canzoni
nascono così. Se sei troppo riconosciuto non puoi. Se ti
chiedono di fare tutte
le stronzate e tutti ti vogliono parlare, è bello, ma non per la
creatività.
Però è anche piacevole essere riconosciuti in treno”. Ma
Erlend non era quello
che si era trasferito a Berlino? Per cercare nuove ispirazioni, diceva
lui, per
ché è il re sì, ma dell’ambizione dicono i suoi
concittadini.
“Veramente mi sono trasferito lì
perché la vita è meno cara che in Norvegia. Non per
ambizione: sono molto
ispirato dai posti nuovi. Ma Bergen resta una città fantastica e
il successo
dei gruppi locali l’ha migliorata. Comunque ora per me è
arrivato il momento di
abbandonare Berlino: due anni lì sono abbastanza, non mi ispira
più tanto. Il
mio piano è di non avere piani. Non ho una città ideale,
se ci fosse andrei.
Vorrei una città di lingua inglese, ma sono poche e ci sono
già stato. Poi:
l’Inghilterra è orribile. Il cibo, i prezzi, il tempo; la gente
è falsa, come
in America, solo che almeno gli americani sono divertenti. Mi ammalo
sempre,
dopo Natale vediamo dove mi porta la salute”.
L’Italia quindi è fuori
discussione, anche perché, come racconta Eirik, “voi avete
già un problema
vostro da risolvere”. Gli domandiamo quanto la stampa norvegese sappia
o sia
interessata al nostro problema, ed è presto detto: “Un anno fa
all’Oslo Documentary Film Festival ci fu la
presentazione di Citizen Berlusconi,
un documentario, ma l’ambasciata italiana ad Oslo mandò una
lettera per
chiedere di toglierlo dal programma. Subito il festival disse di
sì, ma poi ci
fu una massiccia protesta nazionale. I politici dissero: noi non siamo
l’Italia, non abbiamo la censura. Così tanta discussione nei
media fece sì che
alla fine il documentario venne mostrato in più sale con enorme
successo: nei
cinema, ma anche alla tv nazionale: La gente in Norvegia è
conscia della vostra
situazione: del conflitto tra potere politico e comunicativo: un
cattivo
esempio di come la democrazia sia distrutta dall’interno se non separi
quei due
poteri. E poi: c’è più censura in Italia o in America?
Quanta politica
americana c’è in quella italiana? Stessa roba: controlla i media
e così sarai
in una posizione di vantaggio. Un gruppo di amici che si spartiscono il
business, come gli Stati Uniti. Ma non sono certo cose che scopriamo
oggi. La
nostra idea dell’Italia ce la siamo già formata venendo in tour
qualche anno
fa”.
Di più: un pezzo di stivale sale
sul palco a metà concerto. Si chiama Davide Bertolini. Nome che
i più avranno
notato tra i credits di Riot on an Empty
Street. Ebbene sì, il produttore del disco è italiano
(di Reggio Emilia).
Trasferitosi a Bergen per ragioni di cuore si è fermato e ha
aperto uno studio
di registrazione a 200
metri da casa di Eirik. Sale sul palco e suona il
basso
per metà concerto, pigliandosi una cospicua dose di applausi.
Almeno: in Italia
funziona così. Intanto, sul palco, Eirik domanda se c’è
qualche norvegese in
sala. Lo fa sempre, sera dopo sera. Talvolta il norvegese c’è,
talvolta no.
Loro dicono che incontrano in media un norvegese per data. Poi talvolta
Erlend
canta una canzone in norvegese, e chiede al pubblico di accompagnarlo:
“Sarà
l’unica occasione per molti di cantare nella nostra lingua in tutta la
sua
vita”. Altre volte Eirik chiede al pubblico in sala di pronunciare
tutti
assieme i propri nomi. Poi, una volta fatto, Eirik ed Erlend si
presentano al
pubblico. E dicono: così ora ci conosciamo tutti. Che è
un modo appena un po’
naïf ma anche del tutto attiguo alla musica dei due per
presentarsi. Il tour va
avanti così, tra cori all’unisono, trattenuti battiti di mani
per tenere il
tempo (sul finale di I Don’t Know What I
Can Save You From) o chiudere il pezzo (sul finale di Toxic
Girl). In apertura di concerto, invece, è tutto un cliccare
di bottoni che danno il via ad altrettanti mms. Visto dall’alto, il
fenomeno
ricorda un po’ quello delle luci a forma di cuore vendute fuori dai
concerti
allo stadio. Qua è diverso: nessuna trattativa all’ingresso.
Ognuno è
mms-munito. E spara in faccia lo schermo ai due. File e file di teatri
accese.
A Erlend scappa la pazienza alla fine del tour e fa: “Vi vedo tutti
concentrati
a scattar foto. Mentre lo fate, non dimenticate che siete qui per
sentire un
concerto. Dai, adesso basta, scattatele sull’ultimo pezzo”. E quando ad
Erlend
tocca fare dal vivo la voce (femminile) “partecipe” che su disco
appartiene
alla lanciatissima canadese Feist, ogni sera, sera dopo sera, in sala
si
sprecano le risate. Del resto Erlend è il primo a conoscere bene
l’importanza
di una voce ospite su un disco…
“Ok, è vero sono un po’ geloso
del successo dei Röyksopp: non geloso, penso che senza di me non
l’avrebbero
ottenuto”. Maddai… “Davvero, mi domando sempre: come sarebbe stato se
non ci
fossi stato io? Ok, li ammiro, però…” Be’, a proposito di
gelosie, cosa ne dice
Eirik dei continui progetti solisti di Erlend: ormai un album solista e
un
volume della serie DJ Kicks già alle spalle...
"Il DJ Kicks mi hanno
offerto
di farlo quando dovevamo cominciare il secondo disco dei Kings… ero
felicissimo, ma anche stressato perché dovevo fare due cose
assieme che mi
piacevano entrambe. Il disco dei Kings era una nuvola sulla mia testa
perché
tutte le canzoni sono vecchie e ogni mattina mi dicevano ‘pubblicami,
pubblicami, registrami’. Ma non abbiamo mai pensato allo scioglimento,
anche
perché noi non viviamo assieme. La nostra band non è una
relazione. Non è:
stiamo assieme oppure no. Cioè, io avrei voluto fosse
così, ma Eirik non ha né
ha mai avuto una vita solo fatta di musica. Non è che ci
dobbiamo vedere per
fare qualcosa, noi facciamo già qualcosa. Ma penso che potrebbe
passare un
mucchio di tempo prima che si faccia qualcosa di nuovo assieme. Se
anche lui
facesse cose soliste ci allontaneremmo, ma lui non è un tipo del
genere. A un
certo punto smetteremo, ma non credo che sarà una decisione
conscia.
Tornando a me: pubblicato il
secondo disco per i nostri fan è diventato più facile
accettare le mie cose da
solo. Un sacco di gente quando feci il mio primo disco, Unrest,
pensava che sarebbe stata la fine del gruppo. Ma era una
cosa naturale da fare per me, perché Eirik era estenuato, aveva
bisogno di una
lunga pausa. Il DJ Kicks era un cosa
simile e mi ha dato credibilità nel mondo della dance,
perché non è solo una
mia ospitata alla voce. Ho fatto tutto da solo, nessuno mi ha aiutato:
Eirik non
aveva niente a che fare, le sue opinioni erano diverse dalle mie.
Stavamo già
facendo altro assieme: Eirik non prende bene le cose che faccio da
solo,
diciamo che è un po’ geloso. Così come io sono un po’
geloso della sua ragazza.
Comunque là fuori è pieno di mix
album normali, mentre non so quanti sarebbero stati in grado di fare il
DJ Kicks che ho fatto io”.
E torniamo con le iniezioni di
autostima, insomma. In tutto ciò gli va riconosciuta l’assoluta
bontà del
disco, e l’arguzia nell’inserire l’inno romantico adolescenziale per
antonomasia, ossia There Is a Light That
Never Goes Out degli Smiths, cantata da lui. Quasi fosse un filo
rosso che
da Morrisey conduce ai Kings of Convenience: “Quello è un pezzo
che metto sin
da quando faccio il DJ, è del tutto normale per me. Non so dove
ho preso l’idea
di cantarci sopra. Ma io ho scoperto gli Smiths tardi, nel ’98: grandi
testi,
naturalmente. Ma li ho scoperti troppo tardi. Se li ascolti a 14 anni
è una
cosa che ti lascia il segno addosso. Se li senti dopo i 20 sei
più conscio
delle cose, del mondo, quindi non funziona più tanto. Ciò
che gli Smiths hanno
fatto per tanti, per me lo ha fatto Suzanne Vega: Solitude
Standing è il mio disco preferito. La sua voce, i testi.
È
così simile a noi: racconta storie. Lavora molto sui testi:
quanto dai e quanto
rimane misterioso. Non la conosco personalmente: abbiamo suonato
assieme a
Montreux e volevo dirle ciao, ma poi mi son detto: sai cosa? Voglio che
Suzanne
Vega continui a rimanere nella mia adolescenza, quindi non andai.
Sarà la mia
eroina dell’infanzia per sempre”.
A proposito di eroi: a un certo
punto, a Napoli, durante una pausa tra un pezzo e l’altro, Erlend
attacca a
sorpresa Boys Don’t Cry. Febbre in
sala. Tutti cantano. Come fosse normale. Che uno così canti gli
Smiths e i
Cure. Come fosse normale che uno così citi la new
wave e gli U2.
Infatti, sempre a Napoli, Erlend:
“Oggi è uscita una recensione qui in Italia dell’ultimo disco
degli U2. Dice
che in un pezzo assomigliano ai Kings of Convenience. Voglio dire, gli
U2. Noi
siamo stati ispirati da loro e adesso loro da noi. Mi ricordo quando
avevamo
16/17 anni, se non fosse stato per gli U2 forse oggi neanche saremmo
qui a
suonare”. U2, Smiths, Cure, Suzanne Vega. Più classici di
così. Ma torniamo al
discorso testi: viene poi da chiedere ad Erlend quante volte ha vissuto
la
storia raccontata in I’d Rather Dance
With You. Quante volte ha chiesto ad una ragazza di cambiare stanza
per
andare a ballare perché di parlare non se ne parla: niente
argomenti, perché
non ha letto libri nell’ultimo anno e l’unico film che ha visto gli fa
schifo…
“Ohhhh, l’ho vissuta moooltissime volte”. Ride di gusto. “Sono davvero
felice
che sia diventata un hit. Ai tipi del video ho detto solo che dovevo
esserci io
che ballavo. Poi loro ci hanno aggiunto le ballerinas.
Credo che molte persone possano utilizzarla: hey, preferisco ballare
con te che
parlare, andiamo nell’altra stanza. È un gioco. Non insulti
nessuno se dici che
non vuoi parlare con lei. Si possono usare dei versi di quella canzone.
Coi
Kings cerchiamo di essere equilibrati, non ho problemi con quel testo:
afferma
la nostra estetica”.
Certo è che l’estetica di Erlend
non è la stessa, senza i famosi occhialoni arancioni. Sul palco
del Teatro
Augusteo racconta l’aneddoto dello smarrimento. Racconta di Ruggero.
Dice che
gli aveva promesso che sarebbe venuto a Napoli a portargli gli
occhiali. È di
sicuro già tutto preparato, ma ci piace crederci lo stesso,
ché la vita
romanzata è più bella. Lo chiama dal palco. “Ruggero, are
you here?” E Ruggero
c’è. Dalla prima fila si allunga un braccio. Che allunga gli
occhiali. Erlend
li cambia. Poi solo i click degli mms. E la notte di Naples.
Così simile a
quella di Bergen.
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