Kw Musica Interview


La convenienza del folk

KwMusica ha intervistato Erik Glambek Boe ed Erlend Oye, ovvero Kings Of Convenience, duo folk norvegese che sta conquistando tutti. Ed è in questi giorni in Italia - la loro tournée si apre oggi al Tunnel di Milano - per presentare l'album "Quiet Is The New Loud".

di Giorgio Casari

Ci aspettano con le chitarre in pugno Erik Glambek Boe ed Erlend Oye, i due Kings Of Convenience, che, dopo una serie di EP usciti solo nella madrepatria – la Norvegia –, hanno pubblicato con una major il loro debutto sulla lunga distanza. Quiet Is The New Loud è distribuito da Virgin: si tratta di un lavoro dalla profodità folk inattesa, che spiazza e travalica subito il genere a cui fa riferimento, sulla scia dei Belle & Sebastian più ispirati. Proprio dal loro albero genealogico artistico parte un vivace dialogo con Erik ed Erlend in cui gli interventi si sovrappongono spesso e volentieri, inframmezzato da piccole esibizioni acustiche estemporanee e divertite: un juke-box in carne ed ossa che tocca nomi come Beatles e Magnetic Fields, con nostro grande compiacimento.

Avete cominciato a collaborare insieme fin dai tempi degli studi superiori. Il folk-pop è sempre stato il vostro genere d’elezione?

No, all’inizio ci chiamavamo Skog – foresta, in norvegese – e c’erano insieme a noi altre persone: una vera e propria band, orientata maggiormente sul rock. Non era però la "corda" giusta: c’era uno scarto enorme tra quello che sentivamo di avere dentro e le canzoni che venivano fuori. Solo in due siamo riusciti a scrivere pezzi davvero soddisfacenti, aiutandoci a vicenda. Un rapporto maieutico, il vostro Sì, c’è molto di socratico nella nostra amicizia (risate, N.d.I.)’ In generale le idee vengono sviluppate su una linea melodica e su qualche parola: cantandole insieme arriviamo a comporre qualcosa di più definito.

In ogni caso, la scelta di mettere a fuoco un aspetto così intimista della musica pop nasce da una vostra attitudine caratteriale o è una scelta di campo più meditata?

Quando la musica nasce dal cuore, o meglio, vuole esprimere a fondo quello che si prova, non ci può essere molto di pianificato a tavolino. Siamo però convinti che le cose sussurrate abbiano una intensità ed una profondità non paragonabile a certe ostentazioni sonore. Per questo il titolo dell’album suggerisce che la quiete, il silenzio può essere un nuovo modo di fare rumore. Abbiamo lavorato tanto sugli arrangiamenti, sugli intrecci vocali, al punto da scartare un buon numero di composizioni prima di arrivare al disco completo.

Un lavoro di cesello e di rifinitura continua, quindi. I pochi inserimenti orchestrali che ci sono portano la firma di David Whittaker (collaboratore di Air, Serge Gainsbourg, Rolling Stones...).

In realtà abbiamo alla fine deciso di usare le nostre orchestrazioni, dopo avere sentito quelle proposte da Whittaker: è stata una questione di empatia con quello che avevamo ideato: non ci sembrava bisogno di aggiungere altro. Spesso si è convinti che spendere molto per la produzione di un prodotto porti a risultati artisitici notevoli: i soldi, invece, rischiano costantemente di atrofizzare la musica.

Credete davvero che la vostra proposta sia così "conveniente", in tempi come questi, in cui i soliti profeti di sventura hanno già scritto il necrologio della chitarra a favore di sampler ed affini?

Le possiamo rispondere in due modi: il primo è che questa è la forma più naturale per esprimerci. Alle sue spalle ci sono tanti ascolti e c’è alla fine un senso di appartenenza ad un movimento, non definito, di cui fanno parte tutti quelli che hanno evoluto le potenzialità del folk meno legato a tradizioni particolari. "

Immagino che nomi come Belle & Sebastian, Songs:Ohia o Magnetic Fields facciano parte di questa comune ideale’

Sicuramente. Adoriamo i Magnetic Fields di Stephin Merritt (anche il sottoscritto, al punto che quando i due suonano in estemporanea The Luckiest Guy On The Lower East Side gli applausi si sprecano, N.d.I.). Per il secondo tipo di risposta, quella sul sampler, bisogna tenere conto che esso è uno "falso" strumento che imita strumenti ’reali’, concreti. Non ha una identità propria: quando bisogna scegliere di rendere i suoni più profondi. si sceglie una chitarra, un violino, una batteria veri. Ce ne siamo accorti registrando i pezzi di Quiet Is The New Loud: la fisicità della musica, la percezione degli esseri umani dietro ad un pizzico di corde o a un rullo, è una cosa impagabile.

In madrepatria i vostri singoli stanno riscuotendo un buon successo: immagino che attualmente viviate solo con la vostra attività artistica.

È sempre stato il nostro obiettivo principale. Le difficoltà sono enormi, perché da noi ci sono circuiti ben definiti: se non rientri in uno di quelli rischi di essere invisibile (i due non sanno cosa capita in Italia alle band che si azzardano ad esprimersi in inglese; meglio per loro, N.d.I.). Per ora è andata bene, certamente continueremo comunque su questa strada.

(15 gennaio 2001)