di
Daniele Paletta 
Ho
avuto una visione, durante l'ora abbondante di questo concerto. Ho
visto, purtroppo non stimolato nell'immaginazione dalle canzoni né da
altro, una chitarra acustica schiacciata e rotta da un sintetizzatore;
la stessa visione deve averla avuta anche l'occhialuto norvegese,
mentre componeva le canzoni del suo "Unrest", e, non c'è che dire, l'ha
trasformata in musica.
Niente a
che vedere con il NAM, né con i Kings of Convenience, dunque: il palco
è dominato dalle macchine, solo una chitarra e un basso fanno capolino,
ma rimarranno piuttosto defilati durante tutto il live, limitandosi a
definire qualche linea melodica qua e là.
L'inizio è
sconfortante: un tripudio di tastiere kitsch anni '80, come una brutta
colonna sonora di quei film "vacanzieri" con Jerry Calà e Mara Venier,
per intenderci. È l'impressione di un attimo, ma è veramente sgradevole.
Le cose
vanno lentamente migliorando man mano che il live prosegue, ma continua
a non esserci niente di davvero memorabile, solo qualche episodio
carino, specie quando le tastiere e i beats si fanno un po' più
discreti, permettendo alla chitarra di disegnare linee melodiche
fragili, e alle canzoni di farsi apprezzare.
Si balla un
po', con questa musica in bilico tra nuove istanze sintetiche alla
Røyksopp e una versione molto meno aggraziata dei Notwist, si cita il
remix che il cantante ha fatto per "Drop" di Cornelius, ma sinceramente
la musica di Erlend Øye mi sembra piuttosto sopravvalutata.
Niente di
scandalosamente inascoltabile, sia chiaro: è solo una buona musica da
tenere in sottofondo, mentre si chiacchiera in qualche locale trendy,
ma il mio sospetto è che per fare un concerto degno di tale nome, senza
annoiare il pubblico, ci voglia ben altra roba.
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