08/11/2004
«Dalla Norvegia
l’elogio del soft»

Federico Vacalebre
Napoli. Tre cose da sapere assolutamente in vista
del debutto napoletano dei Kings of Convenience, attesi questa sera
all’Augusteo (posti non numerati, pochi biglietti ancora a
disposizione). A spiegarle è Eirik Gamblek Bøe, chitarrista e seconda
voce del duo norvegese, ex karateka e scalatore oggi con la passione
dello yoga: «Per prima cosa non vedrete un concerto iscrivibile al ”new
acoustic movent”, per il semplice fatto che questo presunto fenomeno
non esiste, se l’è inventato un giornalista del ”New Musical Express”
alla ricerca di uno slogan vincente. Secondo: non c’entriamo niente con
Simon e Garfunkel, le nostre armonie vocali sono state piuttosto
ispirate da band di Bergen come i Poor Rich Ones o le Ephemera. Terzo:
lo show non ha nulla a che vedere con gli esperimenti di remix, ad
opera nostra o altrui, delle nostre canzoni, non aspettatevi di venire
in discoteca». Sul palco, con lei e Erlend Øye, ci sarà solo un terzo
musicista, Davide Bertolini. «È il produttore del nostro ultimo album,
un italiano emigrato in Norvegia. Lavorando nel suo studio abbiamo
scoperto che anche è un ottimo bassista. E lui è particolarmente
contento che noi lo riportiamo, sia pure per poco, nella terra natia».
Data per scontata la non esistenza del presunto «new acoustic
movement», non si può negare la morbidezza acustica dei vostri due cd,
«Quiet is the new loud» e «Riot on empty street», quest’ultimo nella
hit parade italiana grazie anche all’amabile richiamo del singolo
«Misread». Possibile che il mondo dei Kings of Convenience sia così
soft, che tra semplicità melodiche, minimalismo nordico, note
cristalline e testi esili su una quotidianità priva di drammi, non ci
sia spazio per emozioni e sonorità più conflittuali? «In studio di
registrazione no. Con Erlens ci conosciamo da ragazzi, tra noi esiste
spesso un conflitto artistico, io farei le cose in un modo e lui in un
altro, spesso non andiamo d’accordo quasi su niente. Ma quando si
comincia a registrare ogni attrito è bandito, regna l’eufonia, voci e
strumenti inseguono soltanto il richiamo della morbidezza». I titoli
dei vostri lavori sono molto icastici: da «La quiete è il nuovo rumore»
a «Rivolta in una strada vuota». «Ci piacciono i giochi di parole, ma,
soprattutto, ci piacciono quelle frasi che possono avere diversi
significati, più chiavi di lettura. Le cose troppo nette, chiare,
evidenti non fanno per noi. Quei titoli sono ambigui come le nostre
canzoni, come dovrebbe essere, credo, ogni forma di arte, capace di
suggestionare e di evocare piuttosto che di dire». Dopo il successo
dell’esordio avete aspettato un po’ prima di concedere il bis. «Non
c’era motivo di farsi prendere dallo stress. Io ho attraversato il
Vietnam in bicicletta, ho scoperto un altro mondo e un altro popolo. E
mi sono laureato in psicologia a Bergen». A proposito della vostra
città natale: dei Poor Rich Ones, al momento inattivi, e delle Ephemere
in Italia non si sa granché, ma Sondre Lerche ha spezzato non pochi
cuori con il suo «Two way monologue». Qual è il segreto del Bergen
sound? «Nessun segreto, si tratta della seconda città più grande della
Norvegia, esiste una scena musicale come in qualsiasi - o quasi - altra
parte del mondo, solo che fino a pochi mesi fa nessuno ci prestava
attenzione. Io e Erlend abbiamo fatto gavetta, suonando insieme negli
Skog, poi lui è stato nei Peachfuzz, quindi è arrivato il momento dei
Kings of Convenience. Meravigliarsi che si possano produrre dei bei
dischi pop a Bergen è un po’ come meravigliarsi perché in Vietnam
vivono diversamente da noi».
I Kings of
Convenience: da sinistra Eirik Gamblek Bøe ed Erlend Øye
Jam review
KINGS OF CONVENIENCE
Napoli, Teatro Augusteo, 8
novembre 2004
Quasi perfetta. Difficile definire in
altro modo la serata che ha visto i Kings Of Convenience protagonisti
del Teatro Augusteo di Napoli. Bella la cornice, comoda la fruizione,
intimi e allo stesso tempo divertenti i due norvegesi, intensa
l’esecuzione delle canzoni, strabiliante il coinvolgimento del
pubblico. Unico punto a sfavore è stata la breve durata del concerto,
poco più di sessanta minuti. Per il resto, quella dei Kings Of
Convenience è stata una delle serate più riuscite negli ultimi mesi nel
capoluogo campano. Un tutto esaurito magari determinato dalla buona
visibilità che il duo ha acquisito grazie a massicci passaggi
radiofonici e televisivi, ma sicuramente giustificato dal tenore della
performance: efficace a livello sia musicale che emotivo.
Fin dalle prime battute i Kings Of
Convenience si sono mostrati disponibili all’interazione con il
pubblico, tanto da coinvolgerlo poi nell’esecuzione delle canzoni
attraverso melodie fischiettate o schiocchi delle dita a tempo. La
mancanza di archi e altri strumenti che su cd arricchiscono la musica
del duo norvegese è stata così risolta, con grande entusiasmo dei
presenti. Ogni canzone è stata presentata con uno humour pungente che
avrà sorpreso i neofiti della band (che ascoltata su disco sembra molto
più introversa) ed è stata eseguita a due chitarre o con chitarra e
piano. Solo verso la fine della serata ai due si è aggiunto Davide
Bertolini (produttore di Riot On An Empty Street) al basso.
Con grazia e delicatezza i Kings Of
Convenience hanno snocciolato una scaletta in bilico tra il primo e il
secondo album, arrivando nel bis a presentare un pezzo inedito e a
deciderne l’inserimento nella track-list del loro prossimo lavoro
grazie alla positiva reazione del pubblico partenopeo.
Non succede spesso di essere parte di
un concerto, più che spettatori. Ai Kings Of Convenience va anche
questo merito.
Rossella Bottone
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